di Debora Iacoangeli.

È venerdì, il venerdì santo di una Pasqua particolarmente distante, almeno per me. C’è in programma il secondo evento Bip e forse questo bisogno di “altrove” appartiene a più di qualcuno in questa grande stanza.

Ogni volta che varco la soglia del centro di accoglienza mi sento proiettata in un’altra dimensione, calata di colpo in una realtà cruda e sfacciata dove tutti i pensieri che affollano le mie giornate diventano ridicoli e quasi motivo di vergogna. Mi chiedo spesso come vivano gli ospiti del centro questa linea di confine, che io converto in uno schiaffo emotivo capace di bruciare giusto per un paio di giorni nella mia vita di superficiale benessere quotidiano. Chissà cosa voglia dire, per loro, il dentro e il fuori; dove sia, se c’è, questo margine oltre il quale potersi sentire al sicuro.

Lascio tutti questi pensieri appena fuori al cancello verde. Ed è quello che ci auguriamo facciano tutti, almeno per qualche ora.

Dopo poco arriva Priscilla.

Chi sia Priscilla Bei in qualità di cantautrice lo racconta generosamente all’interno delle sue canzoni; questa sera, però, mi sembra di aver semplicemente stretto la mano a Priscilla, una ragazza della mia stessa età dal sorriso dolce. Sembra quasi eccessivamente discreta per essere una cantante! E chissà perché nel mio immaginario una cantante non possa esserlo… Ma quando inizia, beh, decisamente racconta di sé molto di più.

Priscilla è attenta.

Guarda ai dettagli difficili. “Fa finta che sia andato tutto bene” ma poi ti racconta come sia andata realmente… ha trovato nella musica lo strumento adatto per arrivare alle persone e, con naturalezza, lo fa.

Il silenzio della sala, non so come, la abbraccia.

Le persone entrano ed escono ma in armonia, quasi a ritmo con la musica. Ho la sensazione che, in qualche modo, una serata di svago sia un surrogato di normalità quasi sconcertante per alcuni di loro… e così entrano ed escono e, a modo loro, la vivono.

Il tempo, insieme alle note, scivola via decisamente più denso del solito. Un sorriso, una smorfia, una pacca sulla spalla. Tante parole non dette probabilmente inutili!

Dopo qualche ora di tregua esco da quel cancello e, come tutti, riprendo il sacchetto nell’angolo.

Io credo che questo sia il cuore di Esaudire. Non una magia, non una soluzione, nulla di eclatante o chissà quanto lontano e irraggiungibile.

Esaudire è solo esserci. È condivisione, accettazione. Il riconoscimento dell’altro come persona al pari di sé.

È una margherita di campo al finire di un marzo piovoso.

Qui l’album fotografico della serata!

 

Categorie: Esaudire

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